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Redazione Fnaarc - Milano, 24 ottobre 2013
Redazione Fnaarc

L’angolo del legale: il Contratto di Agenzia e i Fallimenti delle Case Mandanti

E se la mandante fallisce? L’avvocato Agostino Petriello ci spiega come ci si può difendere.

La disciplina che regola il fallimento ha subito importantissime e radicali modifiche negli anni 2006/2007. Quella più importante, sulla quale vale la pena richiamare l’attenzione, è proprio l’art. 1 che individua le imprese soggette al fallimento e al concordato preventivo.

In base a tale norma non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento gli imprenditori che esercitano un’attività commerciale (compresi gli enti pubblici) i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

  1. aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila;
  2. aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila;
  3. avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.

Altra norma importante modificata nel 2006, che ha una grande ricaduta sul contratto di agenzia, è l’art. 72 Legge Fallimentare, per il quale, se un contratto è ancora ineseguito o non compiutamente eseguito da entrambe le parti, quando nei confronti di una di esse è dichiarato il fallimento, l’esecuzione del contratto rimane sospesa fino a quando il curatore dichiara di subentrare nello stesso in luogo del fallito, assumendo i relativi obblighi, oppure di volersi sciogliere dal medesimo.

Ciò significa, almeno secondo un’interpretazione giurisprudenziale che si sta accreditando, che il contratto di agenzia ancora in corso quando viene dichiarato il fallimento della mandante non è risolto di diritto dalla dichiarazione di fallimento, ma rimane sospeso finché non intervenga una dichiarazione del curatore.

E’ pur vero che l’agente in questo caso può sollecitare una risposta che il curatore ha l’obbligo di dare entro sessanta giorni; ma ove tale risposta non venga ovvero non sia stata sollecitata, il contratto di agenzia non è interrotto, ma solo sospeso.  Da ciò si ricava che la domanda di ammissione al passivo per le indennità di fine rapporto sarà respinta in quanto non dovute, essendo il contratto solo sospeso e non cessato.

Venendo alla domanda di ammissione al passivo rileviamo che la domanda –ricorso – può essere sottoscritta anche personalmente dalla parte, ma che oltre a tutti gli elementi indicati dall’articolo93 L.F. deve indicare anche l’indirizzo di posta elettronica certificata al quale ricevere tutte le comunicazioni relative alla procedura. E’ altresì prescritto l’obbligo di comunicare al curatore le eventuali variazioni di detto indirizzo. Come si vede procedura complessa nella forma ma anche nella sostanza perché richiede (art.93 n.3 L.F.) altresì di allegare una succinta relazione degli elementi di fatto e di diritto che costituiscono la ragione della domanda.

Sin qui i promessi brevi accenni procedurali. Passiamo ora all’esame del credito agenziale e del suo trattamento in sede fallimentare.

La materia è regolata con sufficiente chiarezza dalla Legge: art. 2751bis n.3 c.c. Cionondimeno ha dato luogo a dispute dottrinarie e giurisprudenziali nelle quali bisogna dar atto alla Corte di Cassazione di aver tenuto dritta la barra sui criteri ermeneutici della Legge e quindi dichiarare (ex plurimis, Cass. n. 7433 del 14 maggio 2012) che vada riconosciuto il privilegio alle provvigioni dovute per l’ultimo anno di prestazione ed alle indennità dovute per la cessazione del rapporto, indipendentemente dal fatto che l’agente di commercio insinuatosi nella procedura fallimentare sia persona fisica o società. La Cassazione ha infatti sempre ritenuto che una corretta lettura dell’art. 2751bis c.c. renda inequivoca la sua interpretazione, laddove si presti attenzione al fatto che il privilegio è accordato in relazione al tipo di credito (…derivanti dal rapporto di agenzia…) con esclusione di qualsiasi considerazione di natura soggettiva. Finanche la Corte Costituzionale (sentenza n. 1/2000), dichiarando non fondata la questione di illegittimità costituzionale dell’art 2751 bis n. 3 c.c. per contrasto con l’art. 3 della Costituzione, aveva aderito a tale tesi (pur con una motivazione in netto contrasto con la parte dispositiva).

Resta ora da analizzare come la giurisprudenza interpreti l’art. 2751 bis c.c. nella parte in cui ammette al privilegio le provvigioni “dovute per l’ultimo anno di prestazione”.

E’ sul punto illuminante la sentenza data dal Tribunale di Roma il 19 settembre 2007 che individua “l’ultimo anno” non in quello che precede la dichiarazione di insolvenza, bensì in quello di effettivo svolgimento delle prestazioni, laddove per prestazioni – aggiungiamo noi – si deve intendere l’attività di promozione (art.1742 c.c.) riferita a quegli affari poi conclusi.

Chiarito a questo punto che le provvigioni vengono comunque ammesse allo stato passivo del fallimento (quelle dell’ultimo anno al privilegio, quelle precedenti al chirografo), analizziamo cosa succede alle indennità di fine rapporto.

Il FIRR, essendo un’obbligazione di tipo civilistico modificata in previdenziale quanto alla sua corresponsione, non può essere attratto dalla procedura fallimentare e quindi l’Enasarco provvede direttamente al suo pagamento in favore dell’agente.

Quanto all’indennità sostitutiva del preavviso, rileviamo preliminarmente che questa certamente non può essere assistita dal privilegio ex art. 2751 bis c.c.. Potrebbe però essere ammessa allo stato passivo come credito chirografario quanto meno nell’ipotesi in cui l’agente di commercio che ne chiede l’ammissione sia persona fisica e non persona giuridica, considerato il presidio che tale istituto spiega nei confronti di chi all’improvviso si trova un insufficiente reddito da lavoro e quindi come retribuzione sostitutiva del periodo da lavorare riceva la predetta indennità che non ha, in questo caso, carattere risarcitorio ma meramente retributivo.

L’indennità suppletiva di clientela sembrerebbe non spettare all’agente in ragione del fatto che, ante riforma del 2006/2007, la dichiarazione di fallimento scioglieva automaticamente il rapporto di agenzia e quindi difettava il presupposto per la sua erogazione, dovuta solo quando il contratto fosse cessato ad iniziativa della casa mandante. Per la verità la dichiarazione di fallimento consegue ad un comportamento del fallito che ne ha determinato la necessità e quindi sotto questo profilo la dichiarazione di fallimento potrebbe essere rapportata al comportamento della mandante. Oggi, dopo la riforma del 2006, il problema dovrebbe radicalmente cambiare posto che, nel caso in cui il curatore dichiari di non voler subentrare al fallito nel contratto di agenzia, tale comportamento potrebbe configurarsi come recesso unilaterale, con la conseguenza che determinerebbe in capo all’agente il sorgere del diritto. Diversa è però l’ipotesi nella quale il contratto di agenzia sia stato risolto dalla mandante prima della dichiarazione di fallimento: in questo caso, secondo noi, sono assistite da privilegio sia l’indennità suppletiva di clientela, sia il preavviso, sia la meritocratica se riconosciuta al momento dello scioglimento del contratto.

Ricapitolando, pertanto, in ordine alle indennità in caso di cessazione del rapporto, chiarito che il FIRR è sempre dovuto ed è pagato da soggetto terzo (Enasarco), dobbiamo distinguere due ipotesi delle quali:

  • la prima che preveda il rapporto di agenzia già cessato in data antecedente alla dichiarazione di fallimento;
  • la seconda che preveda il rapporto in essere alla dichiarazione di fallimento e cessato quindi successivamente per effetto della dichiarazione del curatore ex art.72 L.F. di non voler subentrare nel contratto di agenzia.

Secondo noi nel primo caso le indennità sono tutte dovute e sono assistite da privilegio, nel secondo caso si può discutere se siano dovute, considerate la necessità della dichiarazione richiesta al Curatore ex art.72 L.F. come riformato nel 2006/2007/2012.

Ad ogni buon conto, prima di procedere ad eventuali opposizioni avverso provvedimenti negatori del Giudice Delegato, occorre valutare bene l’intera questione tenuto conto delle spese che si vanno a sostenere e delle reali possibilità di recupero del credito.

Avv. Agostino Petriello